Contribuenti minimi: chi sono e quante tasse pagano?

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Contribuenti minimi

Chi sono i contribuenti minimi? Di quali vantaggi godono?

Con questo articolo vogliamo analizzare i punti in comune e le differenze tra i titolari di Partita Iva assoggettati al “vecchio” regime dei minimi e quelli che si avvalgono del “nuovo” regime forfettario, nonché la procedura necessaria per passare dal primo al secondo regime, una volta raggiunta la “data di scadenza”.

Per chi non lo sapesse, il regime forfettario – del quale abbiamo approfonditamente parlato qui – non è il primo regime fiscale agevolato concesso dallo Stato Italiano ai lavoratori autonomi, in quanto è stato preceduto dal regime dei minimi e da vari altri regimi non più disponibili.

Attualmente, infatti, chi si appresta ad aprire Partita Iva come libero professionista o come ditta individuale ha davanti a sé un’unica modalità per beneficiare di una tassazione agevolata e di una gestione fiscale più semplice, ovvero assoggettarsi – se in possesso dei requisiti vigenti – al nuovo regime forfettario.

Tuttavia, ciò non significa che il regime dei minimi sia “scomparso” da un giorno all’altro: vi sono ancora numerosi contribuenti minimi che possono mantenere legalmente tale regime, fino al termine consentito dalla precedente normativa. I quali, al concludersi di questo periodo, dovranno scegliere se passare al regime forfettario, oppure confluire nel regime semplificato, rinunciando quindi a molti vantaggi.

Chi sono i contribuenti minimi?

La risposta è semplice: i lavoratori autonomi che hanno aperto la Partita Iva prima del 2016 e che hanno deciso di “approfittare” delle agevolazioni offerte dal regime dei minimi.

Negli anni precedenti al 2016, difatti, il regime dei minimi era l’unico regime fiscale agevolato per le nuove attività – proprio come, oggi, lo è il regime forfettario.

Con la Legge del 2016 viene, quindi, introdotto il forfettario, che prende il posto del regime dei minimi.

Di conseguenza, da questo momento, i contribuenti minimi possono scegliere di abbandonare il proprio regime, oppure di mantenerlo fino ad “esaurimento”, ovvero per gli anni ancora a disposizione.

Un’importante differenza tra contribuenti minimi e forfettari, in tal senso, è proprio che i primi possono permanere nel regime dei minimi per una durata massima di cinque anni (o fino al compimento dei 35 anni), mentre per i secondi non esiste alcun limite temporale: difatti, il regime forfettario può essere adottato finché il lavoratore opera nel rispetto dei requisiti di mantenimento e, quindi, in assenza di cause ostative.

Il “vecchio” regime dei minimi

Nonostante gli indiscussi vantaggi di cui godevano – e godono tutt’oggi – i contribuenti minimi, questo regime è stato ripetutamente criticato a causa della presenza di una vera “data di scadenza”. Come già abbiamo visto, infatti, è possibile usufruire del regime dei minimi per soli cinque anni dall’apertura della Partita Iva o, nel caso dei freelancer più giovani, fino al compimento dei 35 anni. Dunque, ad esempio, se un fotografo ha aperto Partita Iva nel 2015, all’età di 25 anni, può avvalersi del regime dei minimi fino ai 35, ovvero fino al 2025.

Cosa accade, invece, a chi ha già raggiunto i 35 anni o ha superato il quinto anno di attività?

Prima del 2016, i contribuenti minimi che esaurivano il periodo concesso dalla “vecchia” normativa erano obbligati a confluire nel regime semplificato, cosa che comportava un repentino aumento sia delle imposte da pagare che del carico dovuto agli adempimenti fiscali. Basti pensare che, nei regimi ordinario e semplificato, l’aliquota Irpef più bassa – ossia quella che si applica ai redditi compresi tra 0 a 15 mila euro – è pari al 23%.

Dal 2016, però, grazie alla creazione del regime forfettario, i contribuenti minimi hanno l’opportunità di “migrare” dal vecchio al nuovo regime fiscale agevolato, a prescindere dall’età e/o dall’anno di apertura della Partita Iva. Pertanto – come puoi facilmente immaginare – quasi tutti coloro che rientravano nei requisiti di accesso e mantenimento del forfettario hanno colto al volo l’occasione, in modo da evitare l’aumento delle tasse.

Dal regime dei minimi al forfettario

Se hai aperto Partita Iva nel regime dei minimi e sei prossimo alla scadenza dei cinque anni o stai per compiere 35 anni, non preoccuparti: il passaggio al regime forfettario è permesso a tutti coloro che rispettano i parametri fissati per il 2021. Cosa comporta, a livello pratico, la migrazione al nuovo regime fiscale?

Innanzitutto, i contribuenti minimi che accedono al regime forfettario possono godere di una tassazione altrettanto conveniente. Difatti, sebbene non rientrino nei requisiti per l’aliquota start-up al 5%, pagano comunque un’imposta pari al 15% applicata sul reddito imponibile.

Il quale, nel forfettario, non si ottiene con il metodo analitico – ossia tramite la deduzione delle singole voci di spesa scaricabili dal fatturato lordo – ma con un calcolo su base fissa. Dunque, per conoscere l’esatta cifra sottoposta a tassazione, dalla somma delle fatture incassate nel corso dell’anno, bisogna sottrarre una quota che copre le spese di gestione, la cui percentuale è stabilita dal Codice Ateco associato alla Partita Iva. Difatti, per i forfettari, l’unica voce deducibile analiticamente corrisponde all’importo versato ai fini previdenziali.

Sembra molto complicato, ma nella pratica è tutto abbastanza semplice.

Ecco un esempio che ti aiuterà a chiarire subito qualsiasi dubbio: Lucia, psicologa (Codice Ateco: 86.90.30 – Attività svolta da psicologi), ha incassato fatture per 20.000 euro e versato 2.000 euro per i contributi previdenziali. La percentuale dedotta per le spese, per la sua attività, è il 22%.

Pertanto, il reddito imponibile di Lucia corrisponde al 78% – chiamato “coefficiente di redditività” – di 20.000 euro, ovvero 15.600 euro, meno i 2.000 euro versati per i contributi: il risultato è 13.600 euro.

Infine, l’imposta al 15% o al 5%, applicata su quest’ultimo importo, è pari a 2.040 euro o a 680 euro.

Vantaggi e limiti del regime forfettario

Pagare poche tasse, di per sé, è un’ottima cosa, ma i contribuenti minimi che passano al regime forfettario possono beneficiare di molti altri vantaggi. Eccone alcuni:

– Franchigia Iva (grazie alla quale non applicano la tassa al 22% sulle proprie tariffe)
– Esonero dall’uso della fattura elettronica
– Esonero da studi di settore ed esterometro
– Esonero dalla registrazione delle fatture in entrata e uscita
– Durata illimitata (entro i requisiti previsti dalla normativa)

Insomma, come puoi notare, il regime forfettario è una fantastica soluzione per continuare a lavorare senza eccessivi carichi burocratici, né imposte difficilmente sostenibili per una piccola impresa o per un freelancer.

Come i contribuenti minimi, però, anche i forfettari devono prestare attenzione ai propri compensi e ricavi, sebbene la soglia massima, dal 2019, sia stata aumentata da 30.000 a 65,000 euro.

Altri limiti riguardano invece:

– i redditi da lavoro dipendente o assimilati (30.000 euro/anno)
– le spese di assunzione e retribuzione di impiegati, collaboratori, ecc. (20.000 euro/anno)

Come passare al nuovo regime forfettario?

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