Partita IVA Ecommerce: come aprire e quanto costa [Guida 2022]

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Oggi affronteremo un argomento molto attuale che, di sicuro, interesserà a buona parte dei nostri lettori: vedremo come aprire una Partita IVA per l’ecommerce e, più in generale, come iniziare a vendere prodotti online attraverso il proprio store, oppure in “collaborazione” con un sito terzo.

Se la tua principale ambizione consiste nel diventare un imprenditore digitale, se stai progettando di avviare un negozio online o se vorresti mettere alla prova le tue capacità da venditore, appoggiandoti però ad un marketplace già collaudato, qui troverai informazioni utili per orientarti nel mondo del commercio elettronico e per dare vita al tuo nuovo business.

Parleremo, infatti, delle tappe da completare e del budget necessario per ottenere una Partita IVA per l’ecommerce, indispensabile per dedicarsi – stabilmente e con continuità – alla vendita online di prodotti.

Buona lettura!

Commercio online: come funziona?

Oggi come non mai, il fenomeno dell’e-commerce ha raggiunto proporzioni enormi e, ormai da diversi anni, è approdato con successo anche qui in Italia.

Basti pensare ai grandi nomi come Amazon, Aliexpress o eBay, per citare alcuni tra i portali più cliccati al mondo. Oppure a siti come Zalando e Shein, veri punti di riferimento per ciò che riguarda l’abbigliamento e le grandi firme. O, ancora, a ePrice, con la sua vastissima scelta di prodotti hi-tech.

Accanto a questi colossi del commercio elettronico, troviamo però una moltitudine di siti meno noti: dai vari shop online di piccole e medie dimensioni, magari con un catalogo “di nicchia”, fino alle realtà emergenti.

In generale, comunque, possiamo ricondurre le attività di vendita online a tre principali tipologie:

  1. Vendita diretta → Si parla di vendita diretta quando il titolare propone i suoi articoli attraverso un portale di sua proprietà. Questa modalità richiede un piccolo budget di partenza per l’acquisto del dominio, per la sottoscrizione di un servizio di hosting e per la creazione effettiva del sito, meglio ancora se con il supporto di un webmaster e di altre figure del settore (es. consulenti marketing, copywriter, social media manager, che hanno il compito di curare la comunicazione online).
  2. Vendita indiretta → La vendita indiretta, invece, si ha quando il titolare non utilizza un canale proprio, bensì si appoggia ad un portale o ad una piattaforma già esistente, che mette a disposizione uno spazio virtuale e, a seconda dei casi, dei servizi aggiuntivi (vedi, ad esempio, Amazon FBA). Il vantaggio, in questo caso, è dato da una maggiore semplicità e da costi più bassi, se non addirittura inesistenti.
  3. Affiliazione → In ultimo abbiamo il sistema delle affiliazioni, che prevede un particolare accordo tra l’affiliato e l’azienda: il primo, non disponendo fisicamente dei prodotti, si limita a promuoverli e, in cambio, riceve una commissione per ogni cliente reclutato. Oppure, come accade nel dropshipping, l’affiliato si occupa della promozione e della vendita dei prodotti, mentre l’azienda offre una percentuale (detta provvigione) su ogni transazione andata a buon fine.

E-commerce: cosa dice la normativa?

In Italia, il settore del commercio elettronico è stato regolamentato, per la prima volta, con il Decreto Bersani (D.Lgs. 114/98): l’Art. 21, infatti, accosta la vendita online di prodotti alle altre forme di “vendita per corrispondenza”.

Di conseguenza, sia che tu intenda aprire il tuo portale di ecommerce, sia che tu preferisca appoggiarti a siti terzi, come Amazon e simili, rimani comunque soggetto alle stesse regole (quelle del commercio in generale).

Un aspetto importante, ad esempio, riguarda l’incompatibilità tra l’attività di vendita online – o offline – e l’uso della prestazione occasionale. 

Tuttavia, nel momento in cui decidi di creare il tuo store online o di sottoscrivere un accordo (es. abbonamento o affiliazione) con un’azienda terza, è come se affermassi la volontà di dedicarti al commercio elettronico in maniera abituale, ovvero con regolarità e continuità nel tempo. Di conseguenza, sei obbligato ad aprire subito la Partita IVA per l’ecommerce.

Scopriamo insieme come procedere!

Come avviare un’attività di e-commerce?

Prima di spiegarti come si apre una Partita IVA per l’ecommerce, dobbiamo avere chiaro quale sia l’inquadramento previsto per il commercio elettronico. Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, la normativa non fa differenza tra vendita online (o a distanza) e vendita “tradizionale”. 

Di conseguenza, chi si appresta ad avviare un e-commerce viene considerato – e quindi inquadrato – come commerciante. O meglio: come ditta individuale di tipo commerciale, e non come un libero professionista.

Pertanto, sia per la costituzione della ditta stessa, sia per l’apertura della Partita IVA, l’ecommerce necessita il ricorso alla procedura conosciuta come ComUnica: una pratica telematica compilata e trasmessa agli enti interessati (Camera di Commercio, Agenzia Entrate, INPS), tramite la quale il soggetto può assolvere in contemporanea a tutti gli obblighi fiscali e burocratici.

Mediante la ComUnica, infatti, si svolgono insieme i seguenti passaggi:

  1. Apertura Partita IVA, indicazione Codice ATECO per l’ecommerce e scelta del regime fiscale;
  2. Costituzione ditta individuale, iscrizione al Registro Imprese e al REA della Camera di Commercio;
  3. Iscrizione alla Gestione Commercianti INPS.

Attenzione: contestualmente alla ComUnica, è necessario presentare anche la SCIA, sempre in forma telematica, agli sportelli SUAP del proprio Comune.

Codice ATECO per ecommerce: qual è?

Nel momento in cui si procede con l’invio della ComUnica, e quindi con l’attivazione della Partita IVA, bisogna indicare due elementi fondamentali: 

  1. il Codice ATECO adatto per l’e-commerce;
  2. il regime fiscale che si intende utilizzare.

Partiamo, dunque, dal primo punto: qual è il Codice ATECO corretto per il commercio elettronico? Se l’attività intrapresa è classificabile come vendita diretta o indiretta – vedi, a tal proposito, la distinzione proposta all’inizio di questo post – allora si adotta il codice “47.91.10 – Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via Internet”, valido per vendere online ogni genere di articoli, sia fisici che digitali (es. applicazioni, videocorsi, ecc.).

Diversamente, la vendita online tramite affiliazione o dropshipping si associa al codice “73.11.02 – Conduzione campagne pubblicitarie”. Dunque, in questo caso è necessario un ulteriore livello di approfondimento: solo tramite l’analisi del modello di business, infatti, è possibile stabilire quale tra i due codici rispecchi maggiormente l’attività.

Per chi non lo sapesse, si tratta di una scelta davvero importante: basti pensare al differente coefficiente di redditività previsto per ciascun codice (pari al 40% per il primo, ossia 47.91.10, e pari al 78% per 73.11.02).

Partita IVA ecommerce: tasse e contributi

Il secondo elemento da indicare, in sede di apertura della Partita IVA per l’ecommerce, è il regime fiscale.

La decisione ricade tra regime ordinario e regime forfettario: quest’ultimo è un regime agevolato accessibile ai professionisti e alle ditte individuali – commercianti inclusi – che possiedono i requisiti fissati dalla normativa e che non incorrono in cause di esclusione.

Per gli imprenditori forfettari, la maggiore agevolazione consiste in un taglio netto alle imposte, ridotte al 15% – e in alcuni casi al 5% per cinque anni – del reddito imponibile. Altri vantaggi: la franchigia IVA, la contabilità assente e l’esonero da molti adempimenti, tra cui esterometro e studi di settore. 

E i contributi? I commercianti – come ti abbiamo anticipato – fanno capo all’apposita Gestione INPS, che richiede due tipi di versamenti, ovvero:

  • per i commercianti con reddito pari o inferiore al reddito minimale INPS (ovvero 15.953 euro), è previsto un solo contributo obbligatorio di importo pari a 3.850 euro circa:
  • per i commercianti con reddito superiore al minimale, invece, si aggiunge anche un secondo versamento, calcolato sulla sola parte eccedente con aliquota al 24,09% (o al 22,44% per gli under 21).

Ricordiamo, per altro, che i commercianti assoggettati al forfettario possono richiedere ad INPS una riduzione del 35% su entrambi i versamenti, seppure rinunciando ad una parte di contributi ai fini pensionistici.

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